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Posted by angela On November - 7 - 2017 3 Comments

La Festa del Ringraziamento – seconda parte   (per la prima parte clicca qui)

 

In Viaggio col Tacchino

L’anno dopo, ancora a Napoli, mi lasciai prendere dal panico e, dopo aver ordinato un Tacchino “butter ball” di 26 libbre, lo consegnai alla mia amica Enrica dicendole “ Cucina tu, noi andiamo a Roma per quattro giorni.”  Lei, con la sua solita disinvoltura davanti a queste sfide, accettò.  Invitò persino il mio primogenito a trascorrere il lungo weekend a casa sua. Noi partimmo per Roma con i due figli più piccoli.

Sebastiano fu felicissimo del suo week end a casa di Enrica e con grande entusiasmo, quando andammo a riprendercelo, ci elencava tutte le attività svolte.  Ascoltai con pazienza poi gli domandai, “La cena del Thanksgiving, com’era?”  Lui mi rispose, “Era buonissima, però mancavano molte cose che fai tu. Non sembrava Thanksgiving.”
Gratificata, ma incredula pensai, “Non è possibile!  Se mio figlio di undici anni, sempre distratto e con la testa nei giochi, ha notato che non basta un tacchino ripieno per creare l’atmosfera del Thanksgiving, vuol proprio dire che Il giorno del Ringraziamento, in una casa americana, è veramente speciale.

E così fu che iniziai, anno dopo anno, a organizzare a casa mia, da Napoli al Veneto, quella che col tempo è diventata una festa del Ringraziamento molto ambita.  Le portate sono diventate sedici.  I posti a sedere sono sempre venti: noi cinque; sette ospiti fissi (un amico del cuore per ognuno di noi e il meraviglioso professor B con sua moglie) e altri otto invitati che ruotano ogni anno.  Tra i nostri amici e conoscenti, tutti sanno che uso questo metodo; infatti, a fine ottobre, quando devo spedire gli inviti, ricevo le telefonate più svariate.

L’anno scorso, mio figlio maggiore si era trasferito a Londra per uno stage nella City e non poteva venire a casa per il giorno del Ringraziamento.  Gli Inglesi non festeggiano il Thanksgiving e lui doveva lavorare.  Appena lo seppi, dissi: “Dobbiamo andare a Londra, la famiglia deve stare unita!” “Ottima idea dear,” rispose mio marito.

“Io non vengo senza la mia ragazza,” ci avvisò il nostro secondogenito. “Stiamo qua!  Voglio mangiare il tacchino butter ball e tutte le altre cose,” protestò il piccolo.

“Va bene, troveremo un ristorante,” osò dire mio marito.  “Un ristorante a Thanksgiving?  Absolutely not!” gridammo tutti noi in coro.

“E allora?” chiese lui. “Allora, troviamo un appartamento; ci portiamo il tacchino e facciamo la festa a Londra!” conclusi io.  E così fu.

Comprammo i biglietti, prenotammo una suite con cucina e, con il tacchino nella borsa, ci avviammo all’aeroporto. Era tutto studiato nei dettagli. La dogana ci aveva mandato le informazioni su cosa era consentito esportare. Sul cibo c’era scritto: “Consentito solo per uso personale, purché sia sottovuoto.”   Perfetto!  Il nostro tacchino di12 kili era per uso personale ed era sottovuoto.

Lo congelammo e lo imballammo in carta con le bolle. Poi lo avvolgemmo in un telo da mare pesante e lo ficcammo in un sacco di plastica a chiusura ermetica.  Eravamo preoccupati che il ghiaccio si sciogliesse, quindi lo contornammo di asciugamani e lo seppellimmo in una borsa da calcio, trovata nello sgabuzzino.

La scelta del bagaglio non poteva essere più idonea: nello scomparto rigido delle scarpe ci stavano perfettamente tutte le scatole di pane di mais e gli ingredienti per i muffins; i barattoli del cranberry sauce, del purè di zucca e quelli del caramello; i sacchetti delle noci pecan e le bottiglie di sciroppo di melassa per le torte. Noi sapevamo che il peso totale del bagaglio non doveva superare i venti kili, perciò, a ogni aggiunta, ripesavamo il borsone. Ci fermammo a quota di 19 kili e 400 grammi.

Al check-in ci fecero storie per uno dei nostri bagagli a mano che superava le misure consentite, ma nessuno si accorse del tacchino nella borsa da calcio, che fu regolarmente imbarcata.  Felici, ci mettemmo in fila per il controllo dei passaporti.  Appena girammo l’angolo, proprio davanti ai nostri occhi, ci apparve un cartellone con l’illustrazione degli oggetti proibiti da portare in viaggio: in mezzo alle armi da fuoco, i coltelli e le bombe a mano, c’era anche la figura di un pollo, con una croce sopra. La scritta sottostante diceva: “Se avete uno di questi oggetti potete essere perseguibili dalla legge.”
Ci sentimmo male, ma ormai il tacchino era nella stiva e noi non potevamo più fare nulla. Fui presa dall’ansia.  Già mi vedevo su tutti i giornali Inglesi con il mio cappottino di Burberry e la sciarpa di Hermes in mezzo a due poliziotti di Scotland Yard impettiti, con sopra a titoli cubitali: “Famiglia Italo-americana cerca di intrufolare Tacchino e ripieno nel Regno Unito.”

A Londra, al controllo documenti, fermarono mio marito per via del suo passaporto americano, così toccò a me andare a prendere la borsa con il tacchino.  Col cuore in gola, seguita dai miei due figli e dalla ragazza del mio secondogenito, cercavo di essere molto naturale. Mi sentivo come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, quando esce dal negozio dopo aver rubato un anellino. Era la prima volta in vita mia che facevo qualcosa d’illecito: andare nelle grane per un tacchino mi sembrava patetico.  Ormai non avevamo alternativa: il tacchino era arrivato in aeroporto e qualcuno doveva prenderlo.

Ci mettemmo in fila per la dogana: controllavano a caso e non c’era modo di predire chi veniva selezionato.  Fermarono il ragazzo nigeriano davanti a noi.

Eravamo salvi e potevamo organizzare un altro Thanksgiving.  Come riuscimmo a invitare 12 persone e a cuocere il tacchino ripieno, le torte e i muffins  in un fornello d’albergo fu un’altra avventura, ma all’interno della suite le luci erano dorate e l’intero albergo profumava di spezie autunnali e cannella.

 

Text by Angela Migliorati Novek ©2011- all rights reserved Articolo pubblicato da Vanity Fair Italia nel Nov 2011

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3 Responses

  1. enrica says:

    Che nostalgia!!! più che un racconto mi è sembrato di assistere ad un film, ed anche molto divertente.Veramente mi manca quel clima di gioia familiare che coinvolgeva anche gli spettatori (cioè noi ospiti aggiunti).Penso proprio che il Thanksgiving napoletano vada replicato, e non solo con il tacchino,perchè quello l’ho cotto anch’io tante volte,ma con l’atmosfera che solo tu puoi fornire. Un bacio a tutta la famiglia Novek. Enrica

  2. adriana says:

    Cara Angela,mi sento in colpa per aver dimenticato di telefonarti giovedi scorso.Perdonami!Gli anni che passano si portano via anche un pò di memoria. Complimenti vivissimi per il divertente racconto su i tuoi Thanksgiving.Scrivi talmente bene che potresti pubblicare, con successo,qualsiasi cosa che sia frutto della tua magica penna.Ti ricordo sempre con affetto e spero di vederti quando Marco andrà a vivere a Thiene.Un abbraccio a te e a Steve anche da parte di Pino. Ciao. Adriana

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