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Posted by angela On November - 8 - 2017 4 Comments

Il quarto giovedì di Novembre le famiglie americane si riuniscono per celebrare la Festa del Ringraziamento.  Mangiano il tacchino e il pane di granoturco per ricordare quando, nel 1621, i pellegrini e gli indiani si unirono a tavola per ringraziare Dio.

 

Il Thanksgiving è una festa del cuore. Il quarto giovedì di Novembre, le famiglie americane, di solito lontane e separate, si ritrovano per celebrare il giorno del Ringraziamento o Thanksgiving.  E’ una grande festa come lo è il Natale per molti di noi, ma senza i regali e il consumismo.

Trascorsi il mio primo Thanksgiving in Pennsylvania dai genitori di mio marito. La casa era piena di persone sorridenti, luci calde e profumi autunnali alla cannella.  In mezzo al salone c’era una grande tavola imbandita a festa con la tovaglia di lino bianca, l’argenteria lucida e un grande vassoio, tra i bouchè di fiori, che aspettava il tacchino ancora nel forno.  Il piano di marmo verde della cucina era colmo di portate da servire: insalata di cesare, patate dolci, patate novelle con pancetta, fagiolini alle mandorle, muffins, torta di mele e crostata di zucca.  Come sempre a casa di mia suocera, tutto era perfetto, raffinato e in orario: cena alle 17,00 in punto.

Alle 16,30 gli invitati incominciavano ad arrivare, mentre gli ospiti venuti da lontano, già sistemati nelle varie camere, scendevano dal piano di sopra: la nonna violinista con il secondo marito; la zia lesbica con la nuova compagna e suoi due figli; il cugino Michael, bello e riccioluto come un modello di GQ; la cugina Debbie sosia di Joan Baez; e lo zio schizofrenico Lewis, che non smetteva mai di parlare.  A tavola tutti scherzavano, ridevano e si accettavano per com’erano, senza pregiudizi.

Dopo quel novembre, non persi una sola Festa del Ringraziamento a casa dei miei suoceri, finché abitammo negli Stati Uniti.  L’atmosfera del Thanksgiving era sempre magica.

Dopo dodici anni negli Stati Uniti ci trasferimmo a Napoli e andammo a vivere in un quartiere prettamente multiculturale: molti americani e tedeschi, parecchi inglesi, alcune famiglie greche e turche.  Il primo anno, celebrammo la festa del Thanksgiving da alcuni vicini americani.  Anita, raffinata padrona di casa, cucinò il tacchino nel brandy, come si usa a New Orleans.  Le sue ricette erano diverse da quella di mia suocera, ma l’atmosfera della casa era identica: le luci erano dorate l’aria profumava di succo di mela caldo alla cannella.

Mi fece venire in mente un’altra festa del Ringraziamento di diversi anni prima nel North Carolina, dove, invece del tacchino, offrirono la coscia di prosciutto affumicato, e invece dei fagiolini, servirono ocra, la tipica verdura degli stati sudisti.  Per dolce, avevano la “pecan pie” fatta di caramello e noci pecan della Georgia.  Sulla tavola di ciliegio scuro non c’erano la bella tovaglia di lino bianco e i bouchè di fiori arancioni e gialli, bensì delle tovagliette all’americana amaranto e due centritavola di bacche rosse, pigne secche e candele.  L’amaranto metteva in risalto il bordo dorato dei piatti della Lenox; la disposizione delle numerose posate d’argento con i rebbi delle forchette rivolti verso il basso facevano trasparire un attaccamento alla tradizione del sud, come nella casa di Rossella O’Hara in Via col Vento.  Però, anche in una residenza sudista, con la bandiera dei confederati sulla veranda, l’atmosfera del Thanksgiving era sempre la stessa: le luci erano rossastre e calde, l’aria profumata di cannella.

Thanksgiving a Napoli

L’anno dopo, Anita ritornò a vivere negli Stati Uniti; cosi, decisi di organizzare il mio primo Thanksgiving.  Tirai fuori le ricette di mia suocera, quelle di Anita e anche quelle della famiglia White, del North Carolina.  Come sempre mi succede, quando ho troppo materiale valido, non riesco a decidere cosa usare e cosa scartare: con tutte queste squisite ricette a disposizione, non riuscivo proprio a scegliere. Tacchino o prosciutto? Crostata di zucca o torta di pecan?  I fagiolini o l’ocra?  Andavo per logica: mio marito è uno Yankee di Philadelphia, quindi tacchino, crostata di zucca e fagiolini.   Andavo per sentimento: North Carolina era casa nostra, i ragazzi erano nati nel sud, quindi prosciutto, torta di pecan e ocra.  Meno male che la “cranberry sauce” piace a tutti.

Non riuscivo a decidermi, perciò comprai sia il tacchino che il prosciutto, sia la zucca che le pecan. E, visto che c’ero, misi nel carrello anche gli ingredienti per l’insalata di Cesare di mia suocera, quelli dell’insalata di gamberi della famiglia White, e della mousse di patate dolci di Anita.  Poi, ripensai al ripieno con peperoni e salsiccia di Anita, alle patate novelle con pancetta di mia suocera e al riso creolo all’ananas della signora White, perfetto per accompagnare il prosciutto. Mancavano solo i muffins: li feci sia di cranberry, come avrebbe fatto mia suocera, sia di zucca come li preparava Anita, che di mirtilli selvatici come li offriva la signora White.  Ah, mi raccomando, il pane di mais non può mancare!

Eravamo a Napoli, ed era arrivato il mio momento per contraccambiare l’ospitalità di quella città meravigliosa con qualcosa di altrettanto caloroso: cosa c’era di meglio di un Thanksgiving?
Invitai solo napoletani: i compagni di classe dei miei figli e le loro famiglie. Dal falegname, feci costruire un piano di tre metri per due e mezzo da appoggiare sul tavolo del mio salone: dovevano starci sedici adulti intorno.  I ragazzi – una ventina – erano sistemati in taverna e per loro avevamo apparecchiato con tovaglie, piatti e bicchieri di carta decorati con il tacchino.

Nel salone imbandii la tavola con una tovaglia di rasatello di seta color crema, comprata apposta dal catalogo di Macy’s, e ordinai i tovaglioli con decorazioni di foglie e frutti autunnali.  Scelsi dei bouchè di fiori arancioni e gialli, come faceva mia suocera. Comprai un vassoio grandissimo per il tacchino che pesava venticinque libbre e anche un altro per il prosciutto di ventuno libbre. Ricoprii tutte le sedie con dei coprisedia color crema, fermati sul retro da un fiocco giallo.  Poi, cucinai per tre giorni.

Era tutto come da manuale: mia suocera, Mrs White e Anita sarebbero state orgogliose di me, anche se avevo spostato la cena dalle cinque alle otto. Loro non sapranno mai che gli ospiti napoletani arrivarono un’ora in ritardo.
Fu tutto bellissimo lo stesso ed ebbi un grande successo. Gli invitati erano estasiati dalla novità, dal cibo e dall’atmosfera che brillava di luci dorate e profumava di spezie autunnali alla cannella.

 Text  and pictures by Angela Migliorati Novek ©2011- all rights reserved  Pubblicato da Vanity Fair Italia Nov 2010

Continua: In Viaggio col Tacchino

L’anno dopo, ancora a Napoli, mi lasciai prendere dal panico e, dopo aver ordinato un Tacchino “butter ball” di 26 libbre…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 Responses

  1. Ivanete says:

    Aricolo molto bello, scritto molto bene! Complimenti!

  2. Cristina Mina says:

    L’articolo è bellissimo, vorrei essere invitata il prossimo anno!!!!.
    Ciao.

  1. […] La Festa del Ringraziamento – seconda parte   (per la prima parte clicca qui) […]

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